Maestri d’ Italia monografia

20 luglio 2010
By admin

MAESTRI D’ITALIA
Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani
Sintesi del rapporto di Adolfo Scotto di Luzio*
presentato a Napoli il 16 gennaio 2010 dalla Fondazione ITALIA FUTURA**
www.italiafutura.it

1. SCUOLA E CULTURA NAZIONALE
Quando si parla di cultura nazionale sorge spontaneo fare riferimento al mondo della scuola.  Nella costruzione culturale dell’Italia contemporanea la scuola rappresenta oggi il terreno più adatto sul quale verificare lo stato di salute del nostro paese, poiché da sempre ha giocato un ruolo di grande rilievo.
1.1 LA SCUOLA IN FRANTUMI
Nel corso degli anni le consuete funzioni direttive e di controllo assunte dallo Stato in passato sono state dismesse. La dismissione di tali funzioni non è riconducibile solo ad un concetto puramente “direttivo” , ma anche ad uno di tipo culturale. In effetti quel che davvero accade all’interno di un’aula scolastica non è dato saperlo, così come sono “ignoti” tutti quegli strumenti idonei al raggiungimento ed al consolidamento di un’educazione unitaria per i nostri figli. I vecchi direttori didattici sono scomparsi. Oggi a capo delle istituzioni scolastiche è presente  la  nuova classe dirigente, classe che risulta essere meno concentrata sulla sfera didattica, e molto più partecipe nella gestione amministrativa. La questione però, risulta essere più grave di quel che si pensi. Che la scuola sia in crisi, questo è un dato di fatto. La crisi suesposta non solo investe quella che si definisce la “performance scolastica” che è di bassa qualità, ma se ci soffermiamo sull’aspetto macroscopico della vicenda possiamo sostenere che i programmi scolastici sono scomparsi e sostituiti con delle semplici indicazioni nazionali, tra l’altro molto generiche. La scomparsa dei programmi scolastici perciò, ha determinato una situazione nella quale di fatto ogni insegnante è libero di fare quel che vuole. I docenti tra di loro si contrappongono (sulla base delle indicazioni nazionali), poichè per la prima volta si sono divisi su quello che dovevano insegnare e sulla cornice ideale che dava senso al loro insegnamento. In questo modo la scuola subisce una vera e propria metamorfosi: non serve più ad istruire bensì diventa un servizio educativo della comunità. La nostra scuola appare oggi priva di un centro e sprovvista di un’identità forte in grado di sostenerne il ruolo di fronte alle sfide dell’Italia che cambia. Un’ulteriore aspetto che va messo in rilievo è il rapporto tra l’identità culturale e la sfera pubblica. Esso è inerente al ruolo che la scuola in passato ha giocato  e può giocare nella ricostruzione di questa sfera, che oggi ne è del tutto impoverita.
1.2 PARLARE BENE L’ITALIANO FA BENE ALLA DEMOCRAZIA
Nel corso della seconda metà del Novecento l’insegnamento scolastico ha fornito numerosi esempi di costruzione e consolidamento della sfera pubblica, tanto che nel corso degli anni l’istituzione scolastica (il maestro)  ha fornito sapientemente agli studenti  l’arte civile del discorso, che rappresenta il contributo più importante che l’educazione possa dare  alla democrazia. Sono stati i maestri che hanno insegnato ai propri allievi ad ascoltare, a soppesare gli argomenti, a scegliere quelli più rilevanti. E per compiere tutto questo, i maestri non hanno fornito ai propri allievi un semplice strumento comunicativo, bensì una “ lingua di cultura “, capace di analizzare contenuti intellettuali complessi e di esprimerli in maniera elegante.                                                                                     In realtà  questa funzione della scuola oggi è gravemente pregiudicata a causa della crisi dell’insegnamento della lingua italiana. E’ proprio a causa della perdita di questo tipo di esperienza culturale in passato promulgata dalla scuola che  si spiegano la povertà espressiva delle nuove generazioni, le difficoltà affrontate dagli stessi nella sintesi e nell’organizzazione del  pensiero e l’incapacità della scuola di resistere alla pressione dei linguaggi di massa come le forme dialettali. La soluzione a queste problematiche è nelle mani dei maestri.
1.3 QUELLO CHE SAPPIAMO DEI MAESTRI E QUELLO CHE CONTA
Nonostante ciò il ruolo degli stessi con il passare degli anni è stato non solo sminuito ma anche screditato a vantaggio dei tecnici, degli esperti e di un rivendicazionismo sindacale talvolta privo di idee. I fatti sono questi: nell’ultimo quarto di secolo, il maestro è come sparito dall’orizzonte dell’educazione, per ricomparire nei panni astratti di una funzione, subalterna ed intercambiabile, dell’organizzazione didattica. Ai maestri però si continuano a chiedere tante cose, ma nulla che abbia a che fare con l’insegnamento. Agli stessi si chiede di essere di volta in volta psicologi, assistenti sociali, di prendersi cura, di accogliere e talvolta di fare da balia. E’ una figura delegittimata perché appartenente alla “scuola tradizionale“  e perciò diminuita, poiché nella “scuola moderna”, cioè in quella attuale, si è  in attesa della nascita del “professionista dell’educazione”.
1.4 MAESTRE PIU’ CHE MAESTRI
Un fattore interessante riguardo questo discorso, appare il fenomeno della “femminilizzazione” della docenza nella scuola italiana. Ormai nel mondo della scuola il genere è esclusivamente femminile, e questo cambiamento si configura come una lunga marcia che oggi giunge a compimento ma che le donne hanno cominciato all’indomani dell’Unità di Italia. Va detto che fin dalle origini la scuola elementare del nostro paese si declina al femminile, tanto che è possibile notare negli album di famiglia degli italiani negli ultimi cent’anni, la presenza della maestra nella tradizionale foto di classe. Al di là del simbolismo, va detto che se non ci fossero state le maestre sicuramente sarebbe andato in frantumi un pezzo consistente dell’istruzione popolare. Senza dubbio si tratta di donne di grande valore. Del resto con i loro bassi stipendi, (una maestra elementare poteva prendere anche meno della metà di un suo collega maschio) hanno consentito di sciogliere il nesso tradizionale tra basse retribuzioni e primato ecclesiastico nell’insegnamento popolare. Le maestre sono state degli agenti formidabili della nazionalizzazione degli italiani. Da sole hanno portato l’alfabeto a migliaia di contadini, nei grandi agglomerati rurali del Sud, nelle valli dell’Italia Settentrionale. Da sole hanno affrontato feroci pregiudizi e privazioni. Oggi però non è più così, le cose sono cambiate radicalmente. Nel terreno della carriera magistrale, nella maggior parte dei casi ci troviamo in presenza di soggetti poco ambiziosi e poco competitivi nel mercato del lavoro. Con rammarico (non per tutti i maestri è così) gli insegnanti di oggi hanno smarrito quella naturale propensione alla cura e all’educazione dell’infanzia.
1.5 L’AUTOLESIONISMO DEGLI INSEGNANTI
Senza dubbio c’è una sociologia della crisi dei maestri, crisi che affonda le proprie radici nella sfera della politica e delle tecniche di governo della popolazione. Ovviamente le trasformazioni che investono il sistema politico e sociale  spiegano molte delle difficoltà cui vanno incontro attualmente i sistemi educativi in Italia e nelle altre democrazie occidentali. Nella forma culturale dei nostri tempi il linguaggio prevale sulla ragione. Per questo motivo il linguaggio ha una sostanziale rilevanza per la politica e molti dei conflitti politici attuali vertono sulle parole. Nel caso della scuola italiana e di quella elementare in particolare, due sono le parole dominanti dei nostri tempi: il modulo e l’autonomia.
Uno degli aspetti più delicati nella vita della scuola è l’aggiornamento e la formazione continua degli insegnanti. Il primo è essenziale alla carriera dell’insegnante ed al miglioramento della qualità dell’insegnamento, poiché è anche un diritto dell’allievo un’istruzione di qualità.
1.6 IL CONTRATTO DI LAVORO DELLA SCUOLA: ESERCIZIO DI ANALISI COMPARATIVA
Se si analizzano due articoli del contratto collettivo nazionale di lavoro della scuola (valido per il triennio 1995-1997),  e il contratto valido per il triennio 2006-2009 è possibile riscontrare notevoli differenze. Nel primo caso all’articolo 28 nel primo comma dedicato espressamente alla formazione, si sostiene che la partecipazione ad attività di formazione e aggiornamento è un diritto per insegnanti e per il personale tecnico amministrativo, poiché è funzionale alla piena realizzazione e allo sviluppo delle rispettive professionalità. Al comma due, si sostiene che la partecipazione oltre che un diritto costituisce un obbligo di servizio, perché utile alla promozione dell’efficacia del sistema scolastico e della qualità dell’offerta formativa. La situazione subisce una radicale trasformazione dieci anni dopo. Nel contratto 2006-2009, il riferimento alla formazione come obbligo di servizio non è più presente, inoltre la partecipazione ad attività formative e di aggiornamento, costituisce un diritto per il personale poiché funzionale alla piena realizzazione ed allo sviluppo della propria professionalità. Nel contratto di metà anni Novanta la sequenza è: promozione dell’efficacia del sistema scolastico e della qualità dell’offerta formativa e, successivamente, dell’evoluzione del profilo professionale degli insegnanti. Dunque nel sistema attuale c’è un diritto, ma non c’è un obbligo. Il linguaggio che rappresenta uno dei più importanti modi per poter descrivere la realtà si modifica. Così come la scuola tende a burocratizzarsi sempre più, allo stesso modo il linguaggio. Dieci anni prima il contratto collettivo nazionale di lavoro elencava capi di istituto, insegnanti ed educatori, amministrativi, tecnici ed ausiliari; dieci anni dopo viene menzionato solo il “personale”. E’ come se gli insegnanti scomparissero perché assorbiti sempre più dal vortice della burocrazia che tende ad omologare i docenti agli amministrativi. Da questa omologazione si riscontra una similitudine che è però solo di tipo lessicale, l’insegnante così come l’amministrativo è comunque un lavoratore, e fa parte di quello che viene chiamato “personale”, ma se si riflette più a fondo su questo concetto si è in presenza di una vera e propria discrepanza. C’è un mondo totalmente diverso fra le due categorie. L’insegnate è colui che oltre a rappresentare una guida per lo studente, è anche colui che trasmette la propria conoscenza a quest’ultimo. L’amministrativo a differenza del docente compie atti meramente “meccanici”.
E’ evidente che si è in presenza di un indebolimento della cornice contrattuale. Tutto ciò segnala una questione culturale ampia: la formazione diventa tra gli insegnanti (ovvio, non tutti si sono adeguati) quel mezzo per poter disporre di vantaggi materiali. Sono ben pochi però i vantaggi materiali a disposizione degli stessi. Questa è una professione poco redditizia, e quel poco che si guadagna è addirittura diminuito nell’ultimo quindicennio.
1.7 POCHI SOLDI E NESSUNA VALUTAZIONE
Nel linguaggio burocratico, con il termine “anzianità” si rappresenta il modo per poter progredire nella scala della retribuzione. Bisogna invecchiare perciò. In Italia i livelli di retribuzione sono sette. Il primo, che è quello che corrisponde all’immissione in ruolo, è sempre inferiore al Pil pro capite, in ogni grado della scuola. Al massimo della carriera, un insegnante di secondaria di secondo livello guadagna una volta e mezzo lo stipendio iniziale. Ci ha messo però ben trentacinque anni per arrivare a questo punto. La Fondazione Agnelli infatti, nel suo Rapporto sulla scuola in Italia 2009, documenta che nel corso degli anni Novanta gli indici della retribuzione dei maestri sono decrescenti. Si stabilizzano alla fine del decennio, per poi ricominciare a scendere a partire dal 2006. In parole povere, la retribuzione dei maestri durante questi anni sono cresciute meno dell’economia del paese. Va precisato un aspetto significativo. In Italia il problema delle retribuzioni non corrisponde ad una minore spesa per l’istruzione. Il nostro paese dà alla scuola in alcuni casi più della media dei paesi Ocse. Il problema italiano purtroppo risiede nella cattiva allocazione delle risorse finanziarie e la spesa pubblica ha una bassa produttività. Si dovrebbero correggere gli sprechi, per liberare le risorse da destinare alle retribuzioni. E poi incentivare il sistema della meritocrazia. Valutare per poi premiare i migliori. La meritocrazia di fronte a stipendi così bassi appare una provocazione agli occhi  dei maestri. Del resto una società che ha imparato a guardare con sospetto ai migliori difficilmente potrà occuparsi del problema della retribuzione di maestri.
1.8 LA SCUOLA ELEMENTARE NELLA GRANDE TRASFORMAZIONE ITALIANA
Per poter comprendere meglio la trasformazione della scuola italiana, è doveroso ricordare la legge n. 148 approvata negli anni Ottanta. Questa legge è nota per l’introduzione del modulo. Nel 1990 la figura del maestro cambia completamente. Cambia la loro esperienza e cambia così anche l’esperienza scolastica dei bambini e delle loro famiglie. La legge n. 148 è frutto di un decennio fatto di riflessioni, dibattiti e polemiche pedagogiche. Cambiano perciò i programmi, d’altronde gli ultimi programmi della scuola elementare  risalivano al 1955, trenta anni sono tantissimi (1955-1985) ed il contesto socio-culturale del nostro paese in quell’arco di tempo era notevolmente cambiato. Gli italiani non erano più gli stessi, non lavoravano alla stessa maniera, non vivevano dove avevano vissuto per secoli. Dal Sud si erano spostati verso il Nord, in particolare dalle zone interne verso la costa. Si era compiuta la grande trasformazione italiana, ed il cambiamento era stato violento e doloroso. Il richiamo al contesto culturale perciò si ritiene doveroso perché è dal cambiamento della nostra cultura che riusciamo a comprendere in maniera più agevole l’enfasi posta sul tema della razionalità all’interno dei programmi scolastici. I nuovi programmi infatti fornivano un’interpretazione esplicita degli assetti della società italiana dopo la crisi degli anni Settanta. La politica nel contesto sociale del periodo, si configurava come il collante degli assetto socio-culturali, e con essa anche i partiti giocavano un ruolo rilevante. Era così una scuola a servizio di una società che conseguiva la propria unità nella sfera della politica. Di qui, la scuola aveva perciò sviluppato un’idea forte e consapevole di sé, aveva sviluppato chiaramente la propria missione, e l’idea forte e consapevole di se stessa unita al perseguimento di uno scopo ha rappresentato fino alla seconda metà del Novecento un punto cardine del mondo scolastico. Gli insegnanti sapevano quello che facevano e perché lo facevano, tanto che la funzione educatrice della scuola in quel periodo era più viva che mai. La scuola educava uomini che sarebbero stati anche cittadini consapevoli. All’inizio degli anni Ottanta entra definitivamente in crisi la politica. I grandi partiti perdono il loro prestigioso valore, e sorge in maniera autonoma la sfera dell’opinione pubblica che trova la sua voce nei mezzi di comunicazione di massa. La scuola del decennio si pensa sulla scia di questa crisi, ed è proprio la scuola elementare a farlo in termini radicali. La crisi della politica è dunque anche la crisi della ragione, e i due aspetti sono strettamente correlati nei documenti della nuova scuola elementare. La parola chiave di quegli anni è: pluralità delle forme sociali e della cultura. La scuola però non è altro che lo specchio della nostra società, e purtroppo quasi mai ne coglie i riflessi migliori. L’istituzione scolastica come si è detto precedentemente ha subito notevoli cambiamenti, anche l’approccio delle famiglie verso le stesse si è modificato. La presenza delle famiglie nella scuola  è diminuita, e questo dato è confermato dalle loro esigue partecipazioni nel corso delle elezioni degli organi collegiali. In definitiva, ripristinare l’autorità dei maestri significa operare su due fronti. Rispetto alle famiglie e nei rapporti con l’istituzione. La scuola rappresenta infatti una dimensione cruciale  del governo della popolazione. Gli addetti all’attuale governo sono doppiamente esposti: dirigono le famiglie, indicando loro con sicurezza ciò che è meglio sul terreno della formazione culturale dei loro figli; iscrivono il loro ruolo all’interno di un disegno più ampio e si vincolano al suo rispetto.
1.9 FIGURE DI SISTEMA: GLI INSEGNANTI
La scuola che verrà poggerà su due pilastri: gli insegnanti e i dirigenti scolastici. Queste due figure devono essere concepite come figure di sistema e non come delle semplici funzioni periferiche. Non si può restituire la propria autorità ai maestri all’interno dell’ istituzione scolastica, se prima non si restituisce loro la dignità. La scuola ha oggi bisogno di ritornare ad un sistema chiaro di valutazione degli studenti. Va detto che il percorso cominciato con il ministro Fioroni e continuato dal ministro Gelmini va affrontato con maggiore determinazione, perché il rischio che si interrompa è molto forte, così come sono forti le ambiguità. Per chi non ha altre risorse se non il proprio talento, il rigore e la selezione costituiscono l’unica garanzia, per come è concepita oggi la nostra società ed il mondo scolastico. Purtroppo la scuola di oggi rischia di remare contro il talento. Essa si rifiuta di distinguere i migliori ed abbandona i più meritevoli al proprio destino: chi dispone di maggiori possibilità economiche si paga le migliori scuole o va a studiare nelle grandi università straniere, chi ha solo il proprio talento si prende la scuola che gli tocca in sorte. In tal modo il sistema dell’istruzione viene meno alla sua funzione storica che equivale alla promozione della mobilità sociale, che a sua volta non è riguardante tanto la sfera reddituale, quanto il trasferimento di sfere di cultura. Una scuola rigorosa non è esigente solo con i propri studenti, ma lo è anche con i propri insegnanti, perché si presuppone che essi siano adeguatamente preparati. Da diversi anni la scuola italiana vive una situazione surreale, e il fatto che siano passati almeno dieci anni dallo svolgimento dell’ultimo concorso ne è la dimostrazione. Nel 2007 le graduatorie provinciali sono state messe ad esaurimento e di conseguenza le scuole di specializzazione per l’insegnamento hanno portato a termine il loro ultimo ciclo biennale senza riaprire i battenti a nuovi aspiranti professori. Va ammesso che la scuola italiana, dalle elementari alle secondarie, è inaccessibile a nuovi insegnanti ed è priva di un sistema credibile di regolazione della carriera magistrale: che vuol dire formazione e reclutamento. L’unico modo per poter insegnare nella scuola è caratterizzato attualmente dalle domande di incarichi e supplenze. La scuola che ha chiuso l’accesso ai nuovi insegnanti riproduce solo posizioni precarie. Tutto ciò contribuisce ad un indebolimento dello status professionale del maestro e di conseguenza alla sua perdita di autorità professionale. Se si analizza il caso della scuola elementare, è da più di trenta anni che si parla di formazione universitaria dei maestri, eppure oggi due terzi dei maestri non ha un titolo di studio di livello accademico. Formazione e reclutamento degli insegnanti però non riguardano solo gli aspiranti. Si tratta di disegnare oggi il profilo dei maestri di domani. Il fulcro di questa faccenda, non è tanto come si diventa maestri, quanto quali devono essere i contenuti che dovranno nutrire l’esercizio del magistero. Siccome prima o poi avremo un nuovo meccanismo di reclutamento, occorre precisare che il buon insegnante è colui che conosce bene quello che è chiamato ad insegnare; tutto il resto è accessorio perché frutto dell’esperienza consolidata e del luogo di lavoro. Accadrà sempre che ci saranno insegnanti pieni di talento ed altri privi, o meno portati allo svolgimento di questa professione perché meno mossi dalla passione. Quel che è certo è che non esistono metodi di alcun tipo in grado di produrre il buon insegnante. Tuttavia, una buona preparazione alimenta il talento degli insegnanti, e garantisce gli allievi dalla scarsa passione per lo studio. Per concludere il discorso sulla formazione del maestro, oggi il problema più importante è la sua cultura. Investire nella cultura del maestro è la chiave della soluzione del problema scolastico. Un’adeguata preparazione culturale coltiva e vincola tutti gli altri ad un sistema comune di riferimenti. Ed è di questo che la scuola italiana ha bisogno.
2. LA SCUOLA CHE VERRA’
In molti nel corso degli anni hanno provato a tracciare scenari possibili sulla scuola che verrà. La verità è che la scuola che verrà sarà la scuola che vogliamo oggi. Non si può negare che alle spalle abbiamo un vero e proprio fallimento. Dieci anni e più di riforme che non hanno fatto altro che esasperare gli insegnanti, incrementato la demotivazione degli studenti, delle loro famiglie ed instillare nella collettività quel sentimento di degrado che da un decennio la contraddistingue.  Purtroppo le riforme che si sono succedute nel corso del tempo hanno provato a tenere in vita un sistema già malato, senza interrogarsi sulle ragioni di questa malattia. I bambini di oggi saranno gli uomini di domani, e nel loro processo di crescita vanno accompagnati nutriti di affetto e di sapere, affinchè possano dar vita al loro mondo interiore. Dopo la famiglia, questo lo può fare solo la scuola. Ma la scuola sono gli insegnanti, perciò è a loro che viene demandato il compito di accompagnare e sostenere lo sviluppo morale e intellettuale dei giovani.
2.1 LA BIBLIOTECA DEL MAESTRO
La promozione di biblioteche magistrali, rappresenta per Italia Futura una proposta particolarmente significativa. Questa proposta pone come scopo principale l’allestimento di reti provinciali di centri di lettura rivolti essenzialmente ai maestri elementari. Ciò che si intende perseguire è la trasformazione della scuola in un vero e proprio centro culturale, punto di riferimento non solo  per la città, ma anche per  il quartiere e per tutto il sistema delle relazioni civiche.
L’istituzione delle biblioteche si configura come quel mezzo utile alle scuole per la realizzazione di veri e propri legami di connessione, di scambio e di collaborazione. Da questi legami contraddistinti da una reciprocità negli scambi interpersonali, è necessario ripensare all’interno di ogni scuola agli spazi esistenti e alle destinazioni d’uso dei locali. Si punterà perciò alle sale docenti.
Il fatto di porre l’enfasi su questo ambiente scolastico ha una forte rilevanza. In questi ultimi anni gli insegnanti sono rimasti soli, privi di legami associativi di natura non corporativa. E’ risaputo che la sala docenti è un luogo nel quale è sempre vivo l’incontro, lo scambio culturale e la conversazione tra i docenti. Si potrebbe perciò  definire tale ambiente  come il fulcro della comunità degli insegnanti. Nella scuola è possibile misurare gli esiti dell’impoverimento della nostra sfera pubblica e della crisi dell’arte civile del discorso, per questo motivo la nascita di un luogo di scambio informale, si pone come scopo principe della biblioteca del maestro.
Alla fine degli anni Novanta, furono finanziati progetti per la promozione e lo sviluppo delle biblioteche scolastiche. Il primo finanziamento risale al 1999 , fu di 20 miliardi di lire e con esso si proponeva di dare vita ad una rete territoriale di biblioteche scolastiche collegate al Sistema bibliotecario nazionale (Sbn). In principio le biblioteche avrebbero dovuto funzionare come centri di risorse multimediali a sostegno della didattica e della ricerca nella scuola. Ci si prefiggeva inoltre, di organizzare nel contesto della nuova legislazione dell’autonomia attraverso le biblioteche, il consenso attorno al nuovo modello scolastico promosso dalla riforma. Il progetto prevedeva due programmi. La parte più consistente del finanziamento andava alla <<promozione>> delle biblioteche scolastiche, un capitolo minore riguardava <<lo sviluppo>> di quelle già avviate. Per promozione si intendevano le azioni rivolte a biblioteche scolastiche carenti sia sul piano dei fondi che delle attrezzature e degli spazi disponibili, ma già orientate ad un modello di biblioteca coerente con le norme dell’ International Federation of Library Associations and Institutions (IFLA). Venivano finanziate le biblioteche che avessero almeno 2000 unità tra libri e altri supporti. Le biblioteche che tra libri, videocassette e cd rom, possedevano più di cinquemila unità partecipavano al progetto solo per il miglioramento delle infrastrutture e delle dotazioni multimediali. Una parte meno consistente dei finanziamenti era invece destinata ad un numero più ristretto di biblioteche scolastiche, con un buon livello di dotazione documentaria e soprattutto di rilevante interesse storico, attrezzature adeguate e standard di funzionamento in linea con i parametri dell’IFLA. Il programma in questione prevedeva anche la formazione del bibliotecario scolastico, realizzata per mezzo di master universitari. Furono realizzati corsi presso le Università di Bari, Padova e della Tuscia. Le biblioteche coinvolte erano 500, e le stesse vennero selezionate in base alla ricchezza del patrimonio bibliografico, alla presenza di personale specializzato, dei locali e delle attrezzature idonee al progetto.
Un nuovo programma sperimentale è stato avviato nel 2004. Di durata triennale, denominato “Biblioteche nelle scuole” e finanziato dal Miur, dalla Direzione generale per i sistemi informativi, dal Dipartimento per l’innovazione tecnologica, dall’Istituto centrale per il catalogo unico e dal Ministero dei Beni culturali. A questo programmo vi partecipano 2.500 bibliotecari scolastici e insegnanti.
Nel 2007 i ministeri dell’Istruzione e dei Beni culturali hanno siglato un protocollo di Intesa con il Presidente della Conferenza delle regioni per garantire la continuità al progetto, e per facilitare l’integrazione delle biblioteche scolastiche nel Sistema bibliotecario nazionale.
Un esempio significativo è fornito dal progetto biblioteche nelle scuole del Lazio, che ha consentito di censire un patrimonio di ben 700.000 volumi. Importanti anche  le esperienze di Vicenza e Padova. Pochi gli esempi al Sud. Si segnala la rete delle biblioteche scolastiche e comunali di Acquaviva delle Fonti in provincia di Bari. In Campania solo nel 2008, l’Ufficio regionale ha intrapreso il monitoraggio sulle biblioteche scolastiche della regione.
La proposta di Italia Futura in questa ottica, punta soprattutto sull’istituzione e sull’arricchimento di nuove biblioteche. Innova il linguaggio: propone il libro e non internet.
Le biblioteche rappresentano dei centri funzionali allo sviluppo dell’autonomia e alla creazione di reti, e come tali vanno finanziate. Le librerie e gli editori possono e devono svolgere un ruolo importante. In particolar modo gli editori perché “fisicamente” non sono estranei al mondo scolastico, poiché abituati a visitare le scuole a fine anno per sollecitare le adozioni e a vendere le proprie edizioni.
E’ ora che facciano la loro parte, poi spetterà allo Stato e alle regioni stipulare apposite convenzioni per fornire i volumi alle singole scuole.
2.2 LE SCUOLE DEGLI ITALIANI
L’ edilizia scolastica rappresenta un delicato tema per il nostro paese. La tragedia del Molise, e più recentemente quella di Rivoli hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica lo stato drammatico in cui versano gli edifici scolastici nel nostro paese.
Si prenda il caso di San Giuliano. Fu la Corte di Appello nel processo di secondo grado ad accertare il crollo della scuola, seppellendo sotto le sue macerie un’intera classe di bambini e la loro insegnante, perché era stata costruita male. Era nuova, nonostante ciò fin dall’inizio presentava gravi problemi di natura strutturale.
Nella storia del nostro paese, l’edilizia scolastica si fa portavoce di una storia fatta di mancanza di cura e di attenzione, di capacità tecniche non adeguate, di assenza di pianificazione.
A questa situazione di inerzia solo all’inizio del 2009, il governo ha deciso di imprimere una svolta. Il 28 gennaio 2009 è stata firmata l’intesa raggiunta nella Conferenza unificata Stato-Regioni allo scopo di prevenire e fronteggiare eventuali situazioni di rischio connesse alla vulnerabilità degli edifici scolastici.
Allo stato attuale sussiste un problema di sicurezza, di manutenzione e di decoro dell’istituzione scolastica. Per questa ragione è doveroso pensare ad un’architettura per la scuola che sia all’altezza del suo compito.
Un edificio scolastico deve rispondere non solo alle sue caratteristiche peculiari, che sono quelle della sua destinazione. Possiede tuttavia anche una specifica valenza simbolica, che non deve essere trascurata per nessuna ragione. E’ un edificio pubblico, destinato a durare nel tempo che assume un ruolo preciso nei confronti del contesto urbano.
L’obiettivo della campagna messa in atto da Italia Futura sono le scuole elementari. Si tratta di farne un censimento fotografico, coinvolgendo in prima persona i maestri. Gli stessi con i propri mezzi a disposizione (camere digitali, videocamere, telefonini) diventeranno fotoreporter della propria scuola. Le immagini dovranno poi essere inviate all’associazione Italia Futura complete di idee sulla scuola che vorrebbero, sul rapporto che dovrebbe instaurarsi tra i luoghi e la psicologia dei bambini.
Nei luoghi documentati dagli insegnanti verranno inviati dei fotografi professionisti, realizzando un vero e proprio viaggio fatto di immagini nell’Italia scolastica, da Nord a Sud.
Sulla base di tali documenti fotografici verrà allestita una mostra nazionale da intitolarsi “La scuola degli italiani”.  La mostra sarà l’occasione per bandire un concorso a premi per giovani architetti a favore del progetto di una scuola elementare italiana di nuova concezione. Il progetto verrà realizzato nella città dell’architetto prescelto.
Italia Futura farà pressioni per impegnare il governo e il ministero della Pubblica istruzione alla realizzazione del progetto giudicato vincitore da un’apposita commissione nazionale.

* Storico e saggista, insegna all’ Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.
** E’ un luogo di ideazione civile, nato per promuovere il dibattito pubblico oltre le patologie di una transizione politica ormai ripetitiva. E’ uno strumento di libera progettazione sul futuro del paese, che vuole dar voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni. E’ un incubatore per le idee e i progetti che nascono dalla conoscenza dei problemi reali e dalla passione civile di singoli cittadini e di altre realtà associative.
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